L’Anello delle Creste: Silenzio, Roccia e Libertà
Il mondo, a Campello Monti, ha un suono diverso alle sei del mattino. È il suono del respiro sospeso, di un borgo che ancora indugia nel sonno mentre l’aria frizzante pizzica il volto. Mi lascio alle spalle le case silenziose e scendo verso il torrente, pronto per quello che considero, insieme alla Montagna Ronda, uno dei percorsi più belli e impegnativi di questa valle. 
Verso il cuore della montagna guado l’acqua e imbocco la vecchia gippabile dei pastori. Dopo quaranta minuti di cammino costante, l'Alpe Pennino Grande mi accoglie come un balcone naturale. Da qui, Campello appare come un presepe incastonato tra le vette: è un momento che merita una sosta, un clic della macchina fotografica per catturare quella luce radente che non tornerà più uguale.
Il sentiero prosegue con un lungo traverso fino all'Alpe La Balma. Qui la malinconia si fa sentire: vedere la baita, un tempo ristrutturata con cura, ora abbandonata, stringe il cuore.
Ma la montagna conserva anche i segni della fatica degli uomini del passato: cerco con lo sguardo i due "assaggi" di miniera, piccole ferite nella roccia che raccontano di sogni e minerali. Poco sopra, nel pianoro dove spesso i cavalli stazionano immobili come statue, il sentiero cambia carattere. I tornanti si fanno ripidi, decisi. Arrivo al bivio: a destra il Passo del Crac, ma io piego a sinistra, verso il Monte Capio. Il Colore della Roccia e la Vetta. La salita si fa impegnativa verso il Passo dei Rossi. Il nome non mente: la terra e le pietre si tingono di sfumature ferrugigne, quasi marziane. Supero l’ultimo strappo erboso e finalmente la cima del Capio si concede.
È un panorama "importante", di quelli che ti fanno sentire piccolo e privilegiato al tempo stesso: A est: l'Alta Val Mastallone con le sue antiche miniere. A ovest: la maestosità del Monte Rosa. Sotto di me: tutta la Valle Strona che si srotola come un nastro verde. Adrenalina e Creste Ma il bello (e il difficile) comincia ora. Il ritorno non è una semplice passeggiata.
Mi calo nel canalone nord, dove le catene offrono una presa sicura ma non eliminano la necessità di una concentrazione assoluta. Ogni passo va pesato, ogni appoggio verificato. Superato il tratto attrezzato, evito la discesa classica e scelgo la via alta, un traverso che mi porta dritto alla Bocchetta di Campello. Da qui è un ballo sulla cresta. Punto verso la Punta del Pizzo. Il sentiero è segnato bene, ma non mancano passaggi esposti che richiedono piede fermo. Inizia poi la discesa verso il Passo delle Vacche, dove il sentiero incrocia i passi di chi sale dalla Val Mastallone verso il lago di Capezzone.
Un incontro inatteso: Proprio qui, l'ultima volta, il tempo si è fermato. Un gregge di pecore avanzava lento, scortato da cinque imponenti maremmani. Con l'ombra del lupo che torna a farsi viva, questi cani sono le sentinelle silenziose degli alpeggi. Ho aspettato che passassero, rispettando il loro lavoro e i loro spazi.
L'ultimo sforzo e il ritorno L'ultima salita verso il Monte Altemberg è l'ultimo tributo di fatica richiesto dalle gambe. Quando raggiungo la cima, il panorama mi ripaga di ogni goccia di sudore. È tempo di scendere, ma con calma. La via del ritorno passa per lo specchio d'acqua del Lago di Capezzone, l'omonima Alpe e poi giù, attraverso l'Alpe Piani di Via. Mentre le ginocchia ammortizzano la discesa verso Campello Monti, ripenso a questo "mega giro". È un percorso che richiede rispetto, gambe allenate e un occhio sempre attento al meteo. Ma quando finalmente mi siedo per riposare, so già che appena possibile, il richiamo di queste creste mi riporterà quassù.

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