Il silenzio di Campello Monti, alle prime luci dell’alba, ha un suono particolare. È il suono di un borgo che sembra sospeso nel tempo, l’ultimo avamposto prima che la civiltà ceda il passo alla roccia e all’erba alta. Ho stretto gli scarponi, consapevole che la giornata sarebbe stata lunga. In Valle Strona le giornate limpide sono un regalo raro, una concessione che la montagna fa solo a chi sa aspettare; oggi, il cielo sembrava voler essere generoso.
Ho imboccato la direzione per la Bocchetta di Rimella, ma le mie gambe conoscevano già il bivio a destra. Abbandonato il sentiero GTA per il lago di Ravinella, mi sono ritrovato quasi subito immerso in quella dimensione selvaggia che tanto amo. Il richiamo degli alpeggi perduti Arrivato all'Alpe Fornale di Sotto, il sentiero ha smesso di essere una traccia sicura per diventare un esercizio d'intuito. Il prato si era mangiato i passi dei vecchi pastori, e ho dovuto procedere a vista, puntando alle pietre grigie dell'alpeggio che resistono all'abbandono.
Dopo un guado rinfrescante e la salita verso l'Alpe Fornale di Sopra, l'atmosfera è cambiata. In quel crocevia di sentieri che portano alla Cunetta e ai Piani di Via, il silenzio è stato rotto dal belato lontano di un gregge. Ho rallentato, cercando con lo sguardo la sagoma bianca dei maremmani. In questi mesi di alta stagione, la prudenza è d'obbligo: sono loro i veri guardiani della valle quando il pastore è lontano.
Superato l'incontro senza intoppi, la traccia si è fatta di nuovo decisa, inerpicandosi verso il rudere dell'Alpe Ovile. L'ascesa e il senso di onnipotenza Il paesaggio in Valle Strona non ti regala nulla, va conquistato metro dopo metro. Ho attraversato una valletta dove un laghetto effimero, miracolo di poche settimane, rifletteva il blu del cielo. Poi, il traverso. Un punto dove il cuore accelera non solo per la fatica, ma per l'esposizione che richiede passo fermo e mente lucida. Quando sono uscito sulla sella che separa la Strona dall’Alta Valle Segnara, il vento mi ha colpito il viso, portando con sé l'odore dell'alta quota.
L'ultimo sforzo sulla cresta erbosa è stato il più intenso: pendenze severe che non ammettono distrazioni. Ma poi, finalmente, la vetta. Sulla Montagna Ronda, lo sguardo esplode a 360 gradi. Tra la bassa Ossola e la Valle Anzasca, ti senti minuscolo eppure immenso. È quel "senso di onnipotenza" che solo chi fatica per ore sa riconoscere: non è dominio sulla natura, ma armonia perfetta con essa.
Dopo le foto di rito, sono ridisceso con cautela millimetrica sul tratto "in piedi" dove la pietraia cede il posto all'erba scivolosa. Ma la giornata non era finita. La cresta mi ha guidato, come un filo teso nel cielo, verso il Monte Capezzone, la sentinella più alta della valle. Un'ora di cammino sospeso nel vuoto mi ha portato in cima. Lì, il mio rito personale: due barrette consumate in fretta e un lungo respiro di relax totale. Guardando giù, verso il blu profondo del lago Capezzone, ho sentito le gambe ancora reattive e non ho saputo resistere: una deviazione veloce alla Cima Lago, per godermi quell'ultima prospettiva a strapiombo sull'acqua, tra l'Altemberg e il gigante su cui mi trovavo. Il ritorno a casa La discesa verso il lago è stata una liberazione di mezz'ora. Raggiunte le sponde del laghetto, il sentiero è diventato finalmente "un'autostrada". Passando per l'Alpe Capezzone e i Piani di Via, il cerchio ha iniziato a chiudersi.
Rientrando a Campello Monti, con la stanchezza che iniziava a pesare sulle spalle, ho ripensato a quella traccia labile che ogni anno scelgo di rincorrere. La Valle Strona, nella sua disarmante semplicità, mi aveva dato ancora una volta tutto ciò di cui avevo bisogno: fatica, silenzio e un orizzonte senza confini.




