Ci sono sentieri che non si limitano a collegare due punti, ma raccontano il braccio di ferro secolare tra l'ingegno umano e la verticalità della montagna. Il Sentiero delle Scalette di Premia è uno di questi: un’ascesa che sfronta la gravità, sospesa tra il fragore dell'acqua e il silenzio delle pietre abbandonate.

L'inizio: Tra ferite e arcobaleni

Il viaggio inizia con la calma di una mattina partita da Mergozzo, ma l’impatto con la realtà del fondovalle è immediato e contrastante. Ai piedi della maestosa cascata che domina le Terme di Premia, la strada sterrata rivela le cicatrici di un’epoca industriale vorace. I resti di una vecchia cava di serizzo, con le sue gru arrugginite e i detriti d’estrazione, appaiono come un paradosso architettonico: un’autorizzazione concessa in tempi in cui il paesaggio era considerato solo un giacimento da sfruttare.

Eppure, la natura risponde con la sua bellezza invincibile. Mentre il drone si alza in volo, la luce del sole colpisce la nebulizzazione della cascata, disegnando un arcobaleno perfetto che accompagna la salita fin sulla sommità del salto d’acqua. È il segnale: la sfida verticale può cominciare.

La sfida: Le Scalette e l'abbraccio dell'acqua

Dopo una serie di tornanti decisi e mozzafiato, si giunge al bivio per l’Alpe Loro. È qui che il sentiero cambia pelle e diventa leggenda. Le famose Scalette, incise direttamente nel fianco della montagna, si offrono ai nostri scarponi. Salire "dritto per dritto" significa sentire il cuore in gola e il fiatone che scandisce il ritmo, mentre il corrimano di sicurezza diventa il compagno più fidato.

Raggiunta l’Alpe Fiume, il bosco offre un riparo ombroso per riprendere fiato, ma la curiosità ci spinge oltre, verso Salecchio. La meta è un’apparizione: una cascata che non si limita a cadere, ma si lascia attraversare. Passare fisicamente sotto il getto d'acqua è un rito di passaggio, un momento di comunione con l’elemento primordiale che ha plasmato questa valle.

La Storia: Il genio di Portaluppi e l'archeologia industriale

Il ritorno verso l’Alpe Fiume ci porta nel cuore tecnologico del primo Novecento. Esploriamo due gallerie artificiali, vene scavate nella roccia per convogliare l'energia liquida verso la Centrale di Cadarese. Proprio sotto i nostri piedi pulsa il capolavoro di Piero Portaluppi, l’architetto che seppe dare un volto monumentale e identitario alle centrali elettriche ossolane, trasformando l’industria in arte.

Giungiamo in località Bacino. Del bacino idrico non vi è traccia apparente — forse nascosto più in alto nella vegetazione — ma restano i segni di una vita operaia sospesa nel tempo:

  • Una casa solitaria, un tempo rifugio per i guardiani delle acque.

  • Tralicci senza fine, come scheletri di un gigante stanco.

  • Muraglioni a secco, un tempo sostegni per le enormi condotte forzate che precipitavano verso la centrale.

L’Epilogo: L’Alpe Loro e il tempo che divora

L’ultima tappa è l’Alpe Loro. Qui la storia non è più industriale, ma contadina. È un villaggio di pietra che combatte una battaglia silenziosa contro il bosco. Alcune baite restano orgogliosamente in ordine, altre sono ormai crollate, arrese al peso degli anni. I numerosi terrazzamenti, un tempo vanto di un’agricoltura eroica che nutriva intere famiglie, sono oggi quasi invisibili, inghiottiti da un verde che si riprende ciò che era suo.

La discesa finale è un ultimo brivido: si cammina a strabiombo sulla valle, sospesi tra il passato walser e il presente turistico, ripercorrendo quelle scalette che ora, in discesa, offrono una vista panoramica che toglie il respiro tanto quanto la salita.

Torniamo all’auto con le gambe stanche e la memoria piena: abbiamo camminato sulla roccia, nell'acqua e nella storia.

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