Il richiamo della Linea Cadorna

Certe promesse fatte a se stessi hanno bisogno di tempo per maturare, come i sentieri che aspettano sotto il sole delle Alpi. Ricordavo quegli alpeggi da un’escursione a piedi di qualche tempo fa; osservavo i ciottoli della Linea Cadorna e pensavo: "Qui, con una e-bike, ci sarebbe da divertirsi".

Oggi, complice una giornata dal cielo terso e l’aria che profuma di primavera, quel pensiero è diventato realtà.

La partenza: dove la pietra incontra la leggenda

Il viaggio comincia davanti alla suggestiva Antica Cava di Ornavasso, un luogo quasi magico che d’inverno ospita i sogni dei bambini nell'incontro con Babbo Natale. Da qui, il motore della bici inizia a ronzare sulla gippabile che punta dritta verso la dorsale, quel confine naturale che separa Ornavasso dalla frazione di Migiandone.

Prima di salire sul serio, è d'obbligo una sosta per lo sguardo e per l’obiettivo:

  • La strada: Da quaggiù si ammira la tortuosità della Linea Cadorna, un nastro di ingegneria militare che sfida la pendenza.

  • La memoria: Il cannone, immobile sentinella posta a difesa di un’invasione austro-ungarica mai avvenuta, ricorda la fatica degli uomini che costruirono queste vie un secolo fa.

Una salita per cuori (e polpacci) impavidi

Non lasciatevi ingannare dalla dicitura "pedalabile": la mulattiera è una sfida tecnica di alto livello. Il fondo è sconnesso, ribelle, e richiede una gestione millimetrica dell'equilibrio. Le curve a gomito, strette e secche, costringono spesso a mettere il piede a terra e a spingere con umiltà.

Ma la fatica svanisce d'incanto arrivando all'Alpe Cuna. Oggi non era solo un alpeggio, era una tavolozza di colori: una fioritura così intensa da sembrare dipinta. Qualche scatto per rubare un po' di quella bellezza e poi via, di nuovo in sella, con la massima concentrazione perché la pendenza non concede distrazioni.

La vetta: Alpe Solitudine

Superato un punto panoramico — dove una panchina invita a fermarsi per contemplare quanto "ben di Dio" offra il nostro territorio — mancano ormai pochi minuti. Ed eccola: l'Alpe Solitudine.

Una baita ristrutturata con cura, un prato immenso che sembra toccare il cielo e una vista che si può definire solo in un modo: spaziale.

Lassù, avvolti dal silenzio, si capisce perché valga la pena di faticare tra sassi e tornanti. La discesa è stata un esercizio di stile e cautela: con curve così strette, il confine tra l'adrenalina e un "bacio" al terreno è sottilissimo.

Il bilancio finale? Una giornata perfetta. Perché la meta è importante, ma è il ricordo di aver conquistato ogni singolo metro a rendere l'avventura indimenticabile.

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