Ci sono luoghi che ti restano dentro non per quello che ti hanno mostrato, ma per quello che ti hanno nascosto. L’anno scorso, le Strette del Casè erano solo un fantasma avvolto in un nebbione impossibile. Eppure, quel labirinto invisibile mi aveva stregato. Dovevo tornare. Dovevo guardarlo negli occhi, con la luce complice di un cielo pulito.
Giorno 1: La salita verso il nido d'aquila
L'incastro perfetto e i primi passi
La giornata inizia alle 7:00 a Santino. Con il mio socio Andrea scatta il primo rito: un gioco di incastri logistici per lasciare un’auto a Cicogna, la nostra boa di salvataggio per il rientro. Alle 8:00 il cerchio si chiude grazie a Piero Gatti, amico e collega di Baveno, che con generosità ci scorta fino a Fondighebi. Da qui in poi, i motori si spengono. Comincia la nostra lunga, faticosa e magnifica traversata.
Saliamo con un passo tranquillo, quasi a voler rispettare il silenzio della valle. La prima cosa che salta all'occhio è la cura con cui è stata sistemata la mulattiera che sale a Scaredi: un lavoro da artigiani della pietra che rende omaggio alla storia di questi sentieri. Il caldo inizia a farsi sentire, entra nelle ossa insieme alla fatica, ma il ritmo resta regolare, cadenzato dal respiro.
L'infinito sopra i laghi
Quando raggiungiamo Scaredi, la montagna ci ripaga di ogni goccia di sudore. Nessuna nuvola, nessuna barriera: solo una giornata limpida, tersa, che spalanca la vista su panorami unici. Facciamo scorta d’acqua – risorsa preziosa e mai scontata quassù, dove il bivacco spesso non ne garantisce – e puntiamo al Lago del Marmo. Più che un lago è una grande pozza d'acqua incastonata nella roccia, ma raggiungerla richiede rispetto: ripidi zig-zag e tornanti serrati ci costringono a piegare la schiena. Un'altra sosta, altri scatti.
Dopo una breve pausa pranzo, ripartiamo. In un'ora circa guadagniamo la Bocchetta di Scaredi ed è qui che lo sguardo decolla: il panorama verso i laghi è spaziale. Dal Maggiore al Varese, fino al Lago d'Orta, l'acqua luccica in lontananza come uno specchio d'argento. Oggi l'infinito non ha confini.
Il silenzio e la danza del Canadair
In breve tempo il Bivacco della Bocchetta di Campo è nostro. Siamo soli, padroni di questo nido di pietra. Sappiamo che la solitudine durerà poco, quindi ne approfittiamo: trasciniamo una panca all'esterno e ci sdraiamo al sole, assaporando quel calore profondo che si guadagna solo dopo ore di cammino.
All'improvviso, il silenzio sacro delle vette viene spezzato da un rombo profondo. Sulle alture di Premosello un fulmine ha innescato un incendio. Restiamo a bocca aperta a guardare il Canadair che fa la spola: è uno spettacolo incredibile vederlo danzare e fare zig-zag tra le creste affilate con precisione millimetrica. Il pomeriggio scivola via e il bivacco inizia a popolarsi, come previsto: arrivano una coppia svizzera e tre ragazzi di Domodossola. Le storie si incrociano davanti al tramonto.
Giorno 2: Nel cuore del labirinto e la discesa infinita
L'ingresso nelle Strette
Sveglia alle 6:00, quando la luce è ancora una promessa fredda. Alle 7:00 siamo fuori dal bivacco. Venti minuti di avvicinamento e ci troviamo lì: all'ingresso di quei budelli rocciosi dalle pendenze notevoli.
Guardandomi intorno, mentre cerchiamo il passaggio tra le pareti verticali, provo una profonda ammirazione per chi, in passato, ha tracciato questa via. Riuscire a trovare un filo conduttore in questo caos di pietra, in questo labirinto selvaggio, ha richiesto qualcosa di più del coraggio: c'è voluta una fantasia immensa.
Si scende e si sale con passo misurato. La prudenza è massima: sappiamo quanta gente si sia fatta male su questi passaggi esposti. Ma la bellezza è tale che le dita corrono continuamente alla macchina fotografica per catturare scenari che sembrano appartenere a un altro pianeta.
Dai prati verticali all'ombra dei faggi
Ed eccoci, finalmente, a scavalcare l'ultima stretta. Da qui in avanti la roccia lascia il posto ai famosi Prati di Ghina. La pendenza resta importante, ma il terreno cambia: camminare sull'erba di alta montagna quassù è come muoversi su uno scivolo verde. A volte si fa fatica a tenere il piede fermo; la traccia si perde nell'erba alta, scompare e poi riprende improvvisamente in mezzo ai cespugli di rododendro.
Le pendenze si fanno via via più dolci mentre iniziamo un lunghissimo e selvaggio traverso verso l'Alpe Cavrua, superando due rii d’acqua e scavalcando imponenti speroni rocciosi. Da Cavrua il sentiero si tuffa giù, dritto verso l'Alpe Pogallo. Entriamo finalmente nell'ombra protettiva dei boschi di faggi. Se l'ombra è una benedizione contro il caldo, il terreno è un'insidia: il sottobosco è sporco, ripido, umido. Ogni passo richiede concentrazione per evitare scivoloni pericolosi.
Dopo un'ora di discesa acrobatica, usciamo dal bosco: l'Alpe Pogallo ci accoglie con la sua fontana. L'acqua fresca sul viso è una rinascita. Intorno a noi c'è un fermento silenzioso: stanno tagliando i prati per la commemorazione dell'eccidio partigiano che si terrà tra due giorni. C'è storia in ogni pietra di questa valle.
L'ultimo sforzo e un pensiero al futuro
Il rientro da Pogallo a Cicogna è affidato alla lunga, estenuante mulattiera. Non presenta difficoltà tecniche, ma la stanchezza accumulata nelle gambe trasforma ogni pietra in un piccolo ostacolo e il percorso sembra non finire mai. Poi, dopo un'ora e mezza di cammino cadenzato, ecco apparire l'auto. Ce l'abbiamo fatta.
Mentre slaccio gli scarponi, l'emozione si stabilizza nel petto. Negli occhi e nel cuore rimane uno dei percorsi più belli, duri e autentici che si possano realizzare nell'intero Parco Nazionale. Le Strette del Casè sono un'opera d'arte della natura e della storia della pastorizia.
Resta solo un velo di malinconia: questo sentiero sta scomparendo piano piano, divorato dalla vegetazione e dall'abbandono. È un grandissimo peccato. Tra qualche decina di anni, temo che questa via diventerà solo un ricordo sbiadito nei libri, insieme alle storie degli uomini straordinari che l'hanno vissuta e inventata. Ma oggi noi c'eravamo, e la Valgrande ci ha regalato tutta la sua selvaggia, indimenticabile bellezza.




