Paradiso e Inferno: Il Cuore Selvaggio della Val Grande

Ci sono viaggi che si misurano in chilometri e viaggi che si misurano in gocce di sudore, battiti cardiaci e forza di volontà. La nostra due giorni in Val Grande appartiene decisamente alla seconda categoria.

A mente fredda, sono arrivato a una conclusione: ho ribattezzato questa escursione "Paradiso e Inferno". Credo che nessun’altra definizione possa essere più azzeccata. Un percorso durissimo, reso estenuante da un caldo asfissiante, uno sviluppo chilometrico importante e un continuo, snervante saliscendi.

L’itinerario, d’altronde, parla da sé:

  • Giorno 1: Ompio – Orfalecchio – Gola dell’Arca – In la Piana.

  • Giorno 2: In la Piana – Alpe Colletta – Alpe Serena – Colma di Premosello – Colloro.

Ecco come è andata.

Il Giorno 1: Nella morsa del caldo selvaggio

La strategia e la partenza (Ore 06:00)

La logistica in Val Grande è tutto. Per organizzarci al meglio, la sera prima salgo a lasciare un’auto al parcheggio dell’Alpe La Piana, sopra Colloro: ci risparmierà un’ora di cammino al rientro che, con questo caldo, si rivelerà fondamentale.

La mattina successiva Andrea passa a prendermi. Alle 6:00 precise siamo a Ompio, accolti da una piccola mandria di vacche nel silenzio dell’alba. Lo zaino è leggero, niente attrezzatura pesante. Faccio questo percorso per colmare una lacuna: in tutti questi anni non ho mai camminato nel tratto tra l’Arca e In la Piana. Oggi si chiude il cerchio. Con me ho solo una compatta e una Insta360 per catturare qualche immagine.

L’imperativo della giornata è uno solo: nessuna fretta. La lunghezza del tracciato e il caldo torrido non ammettono distrazioni o fiammate d'orgoglio.


Verso l'ombra di Orfalecchio

Dopo un’ora e mezza di cammino doppiamo l’Alpe di Corte Buè. Ci concediamo solo un breve istante sui balconi panoramici: da qui l’occhio spazia su tutta la Val Grande, mostrandoci in parte la via che ci aspetta.

Un’altra ora e mezza ed eccoci a Orfalecchio, con le sue pozze d’acqua cristallina che sembrano miraggi. Fin qui, fortunatamente, abbiamo camminato quasi sempre all’ombra delle piante, anche se l’aria è già pesante. Facciamo sosta alla fontana (che per fortuna funziona!), facciamo scorta d’acqua e ci immergiamo nel "selvaggio verde" verso l’Arca.

La Gola dell'Arca: Il confine del mondo

Due ore di continuo saliscendi, dentro e fuori dalle vallette, superando alcuni tratti attrezzati, e finalmente raggiungiamo l’Arca. Davanti a noi si aprono le sue gole imponenti, un tempo utilizzate come sbarramento artificiale durante l’epoca della fluttuazione del legname.

Ci concediamo mezz’ora di pausa. È una sosta strategica e psicologica: sappiamo perfettamente che da qui in avanti le cose si complicheranno. Inoltre, il versante da percorrere sarà interamente esposto al sole, abbandonando la protezione dell'ombra goduta fino ad ora.

L'Inferno verde: È qui che la Val Grande mostra il suo lato più primordiale e impervio. Le salite diventano talmente ripide da costringerci a usare le mani, aggrappandoci ai ciuffi d’erba o alle piante.

Il sentiero scompare, ridotto a una traccia labile che la vegetazione alta ci fa perdere più volte, costringendoci a tornare sui nostri passi. Come se non bastasse, il terreno è coperto di foglie secche e paglia: chi va in montagna sa cosa significa. Il passo diventa instabile, si scivola, ogni centimetro guadagnato costa il doppio della fatica.

Il crollo e l'arrivo a In la Piana

La marcia rallenta drasticamente sotto i colpi del sole. Le soste non si contano più. Eppure, basta alzare lo sguardo per essere ripagati: la vista delle valli davanti a noi compensa ogni sforzo con una bellezza selvaggia e sconvolgente.

Ogni quarto d'ora gli occhi cadono sulle mappe per capire quanto manca. E la risposta è sempre la stessa: troppo. La tabella di marcia è saltata, ormai l'unico obiettivo è raggiungere la valle del Rio Negro. Una volta lì, In la Piana sarà vicina.

Doppiata la Val Negra, arriviamo al secondo ponte tibetano per attraversare il rio. A differenza del primo, questo è più alto e balla che è una meraviglia. Usare il kit da ferrata è d'obbligo, se non altro per prevenire qualsiasi attacco di panico.

L’ultimo tratto si snoda dentro una faggeta stupenda. Ma per me è un supplizio: le gambe si bloccano per i crampi. Avanzo stringendo i denti finché, finalmente, la sofferenza finisce. Siamo a In la Piana.

Ci precipitiamo alla fontana. Una lavata liberatoria, un cambio di biancheria asciutta e, finalmente rinfrescati, ci buttiamo a riposare. Tutto il resto è rimandato a domani. Il piumino che ho portato nello zaino si rivela del tutto inutile visto il clima, ma il sonno è profondo e ristoratore.

Il Giorno 2: La Colma e il rientro

La mattina successiva la musica cambia. Le gambe hanno recuperato, rispondono bene. Senza fretta raggiungiamo il ponte sul Rio Gabbio, per poi iniziare la risalita dentro un fitto bosco di faggi, superando numerosi tornanti fino all’Alpe Colletta, dove riposano i resti della vecchia teleferica per il legname.

Incontriamo poi l’Alpe Serena, un tempo splendido alpeggio. Colpisce la geometria quasi scientifica con cui sono state costruite le numerose baite, testimonianza di una vita passata millimetrica e faticosa.

Lassù, finalmente, si profila la Colma. Ultimi passi caldi, faticosi, ma costanti. Dopo 4 ore e mezza da In la Piana guadagniamo la vetta.

Da qui in avanti è tutta discesa. Una discesa infinita, sempre sotto un caldo d'inferno, fino all'auto parcheggiata la sera prima. Ma la gita, dentro di noi, è già considerata conclusa con successo.

Il Bilancio

A mente fredda, se avessimo affrontato questa traversata con almeno 10 gradi in meno, non avremmo sofferto così tanto. Il caldo torrido toglie il fiato, fa respirare male e amplifica ogni sforzo, fino a farti venire i crampi.

Questa non è assolutamente una gita da improvvisare: richiede un ottimo allenamento, passo sicuro e, per molti, la scelta migliore sarebbe spezzarla in più giorni.

Ma il fascino della Val Grande è proprio questo: non regala nulla. Il paradiso del selvaggio verde è stato conquistato, sì... ma passando coscientemente dall'inferno.

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