Tratto dal mio libro "Il mio mal di Val Grande"
La mattina del 29 agosto 2024 portava con sé l'aria frizzante di fine estate e il presagio di una grande avventura. Era la quarta due giorni valgrandina dell'anno, e la meta, attesa e mitica, era la Scala del Ragozzale. Sapevo che non si trattava solo di un obiettivo escursionistico, ma di un viaggio nella storia: un simbolo tangibile della tenacia dei montanari di Trontano, in Val Vigezzo, che agli inizi del '700 avevano sfidato la roccia viva per creare un passaggio. A circa 1990 metri di quota, questa "porta" era stata realizzata per permettere al bestiame di raggiungere l'Alpe Ragozzale, uno degli alpeggi più alti e vitali della Val Grande.
Lasciata l'auto nel silenzio dell'alpeggio di Faievo, appena sopra Trontano, ci incamminammo di buon mattino. Il primo tratto seguiva la comoda gippabile in direzione dell'Alpe Parpinasca, ma presto, seguendo una deviazione ben segnalata, la traccia puntò decisa verso ovest e la pendenza iniziò a farsi sentire. Dopo circa un'ora di marcia sostenuta, raggiungemmo l'Alpe Pieso, dove fummo accolti da uno spettacolo inaspettato: una tranquilla mandria di mucche di razza Highlander, con il loro vello lungo e le corna imponenti, pascolava indisturbata. Un momento di pausa prima di riprendere la salita, ora diretti verso il Passo di Nava e il Formale di Rina. Qui, l'omonimo alpeggio ospita un bivacco incredibilmente ben curato, una piccola oasi di civiltà tra le pietraie.
Proseguimmo inoltrandoci in un magnifico bosco di larici, finché non raggiungemmo l'Alpe Menta, posta proprio alla base del monte che porta lo stesso nome. Alzando lo sguardo, in alto, leggermente a sinistra sulla cresta, si stagliava il Passo dei Tre Omen (o Tre Uomini). Era caratterizzato da tre speroni rocciosi che facevano bella mostra di sé, un punto un tempo cruciale e utilizzato per il transito di uomini e forse anche di animali.
Lasciata l'Alpe Menta, l'attesa si fece palpabile. Dopo circa un'ora e mezza di cammino, eccola: la famigerata Scala del Ragozzale. Non una rampa unica, ma una sapiente sequenza di gradini e muraglie a secco, con l'ultima sua parte letteralmente scolpita nella roccia, un capolavoro di ingegneria ancestrale. Era bellissima, un'emblema della fatica e della sopravvivenza. Mi fermai sul punto in cui la scala curva, prima dell'ultima rampa che conduce alla "porta" del passo, e iniziai subito la mia sequenza panoramica. Questo tipo di ripresa richiede precisione e, soprattutto, tempo. La testa motorizzata su cui è montata la fotocamera ruota lentamente di 180 gradi, impiegando fino a due ore per completare il suo ciclo.
Ero a metà della ripresa, immerso nella mia bolla di concentrazione, quando, dall'altra parte del passo, spuntarono tre sagome. Tre ragazze, ignare della mia ripresa, avevano attraversato la scena. La sequenza era irrimediabilmente compromessa. Sospirai, ma. l'imprevisto fa parte della montagna. "Addio ripresa," pensai. Dovetti ricominciare da capo. Fortunatamente, nel tentativo successivo, il destino fu più clemente e tutto filò liscio. Altrimenti, probabilmente sarei ancora lì ad attendere il momento perfetto! La sera, purtroppo, non regalò la magia sperata: il tramonto fu rapido e anonimo, non degno di una ripresa.
Il mattino seguente, ci alzammo presto e puntammo subito alla Testa di Menta. Risalimmo l'intera dorsale erbosa che conduce alla vetta. La salita era impegnativa, ma dopo circa un'ora e mezza, fummo ricompensati. La cima era un punto panoramico eccezionale, con una vista che spaziava su valli e creste. Il tempo per una foto di rito e subito iniziammo la discesa. Il sentiero, sebbene breve, si rivelò tecnico e richiese estrema attenzione.
A circa metà della discesa, ci imbattemmo in qualcosa di totalmente inaspettato: delle stelle alpine in fioritura. Inimmaginabile, data la composizione rocciosa circostante, ma erano lì, a dispetto dell'ambiente aspro. Essendo ormai quasi settembre, iniziavano ad essere leggermente sfiorite, ma la loro presenza era un piccolo, inatteso miracolo. Raggiunto nuovamente il Passo dei Tre Omen, ero pronto a piazzare la fotocamera per una ripresa, ma i punti di vista a disposizione non mi soddisfacevano. Non riuscivano a valorizzare appieno la. maestosità delle conformazioni rocciose. Feci comunque una ripresa, ma rimasi insoddisfatto.
Riprendemmo il cammino in direzione del Passo di Basagrana, un'altra porta storica che si apriva sulla Val Grande. Da qui, il sentiero si trasformò in una discesa morbida in mezzo a una distesa di mirtilli. Ci fermammo a lungo, divorando i frutti maturi che erano di una bontà incredibile. Fu proprio in questo momento di distrazione golosa che accadde l'imprevisto: i miei compagni, Andrea e Giorgio, mi avvisarono che una vipera mi era passata inosservata in mezzo alle gambe. Io, concentrato sui mirtilli, non me n'ero minimamente accorto!
In breve, raggiungemmo un'altra sella erbosa e panoramica, la Costa dei Bagnoli. Da qui, iniziò una serie infinita di tornanti che ci portò a scendere verso l'Alpe Campo. Mi fermai qui per l'ultima sequenza fotografica della giornata, il profilo delle baite con i loro tetti in. pietra era troppo invitante per lasciarselo sfuggire. Fatta anche l'ultima ripresa, riprendemmo la discesa finale che in breve ci riportò all'Alpe Parpinasca e da lì al parcheggio di Faievo. La quarta due giorni era conclusa, lasciando nelle gambe la fatica della montagna e negli occhi il ricordo della solenne e indomita Scala di Ragozzale




