Il Respiro della Cremosina: Viaggio nel Cuore della Beola
Certe montagne non conservano solo sentieri, ma frammenti di vita che sembrano attendere pazientemente il ritorno di qualcuno che sappia riconoscerli. Per me, l’escursione alla Cava della Cremosina non è stata solo una camminata, ma un tuffo a ritroso verso gli anni '60 e '70, quando quella roccia pregiata, la beola, viveva il suo splendore e io, ragazzo, guardavo al mondo con lo stesso vigore di quelle macchine oggi immobili.
L'ascesa: "Dritto per dritto" verso il passato
La partenza da Genestredo ha il sapore calmo delle mattine di marzo. L'aria punge ancora un po', ma la primavera è alle porte e si sente nel profumo del bosco che si risveglia. Lasciata l’auto, il sentiero si presenta subito per quello che è: un nastro verticale che non concede sconti. Salgo "dritto per dritto", superando alpeggi senza nome che sembrano sentinelle dimenticate, fino a toccare Ca’ Dacota. Nel frattempo mi tengono compagnia simpatici aneddoti scritti da chissà chi e sistemati con dei cartelli di tanto in tanto.
Poco più su, l’Alpe Pianoni appare stanca, segnata dal tempo, ma segna la fine della fatica più dura. Il cartello a valle prometteva un'ora e mezza; io, che solitamente mangio minuti al cronometro, stavolta ne impiego dieci in più. Ma la consolazione è nel fisico: il fiato è regolare, le gambe girano finalmente con il ritmo giusto. È una di quelle salite che "non mollano mai", ma oggi la montagna mi sta mettendo alla prova e io rispondo bene.
Il traverso e l'incontro con la Storia
Arrivato al bivio per Capraga, la tentazione di una deviazione rapida è forte. Faccio qualche passo, ma il sentiero è sporco, quasi respingente. Torno sui miei passi e piego a sinistra, imboccando il lungo traverso che porta alla meta. Il bosco qui è umido, scivoloso per le piogge recenti, immerso in un’ombra che amplifica il silenzio. Procedo con cautela, passo dopo passo, finché la Cava della Cremosina non esplode davanti ai miei occhi.
È un museo a cielo aperto, un luogo dove il tempo si è fermato al momento dell'ultimo turno. Esploro le baracche, immaginando la vita dei cavatori: quelli che salivano da Capraga ogni giorno e quelli che, arrivando dal piano, restavano quassù per l’intera settimana.
Nelle stanze si trovano ancora suppellettili, tracce di una quotidianità fatta di fatica e fumo di pipa. All'esterno, giganti di ferro arrugginiti: due camion e una ruspa, portati quassù pezzo per pezzo dall'imponente teleferica e rimontati in quota. Guardando i tralicci metallici che sfidano l'abisso, si percepisce l'audacia di un'epoca che non aveva paura della verticalità.
Tra smarrimenti e panorami: l'Alpe Marona
Riprendo il cammino verso l'Alpe Marona. La montagna, però, sa trarre in inganno: un attimo di distrazione, una curva non vista, e il sentiero svanisce. In questi momenti l'esperienza insegna una sola regola: non inseguire la speranza, torna sui tuoi passi. Ritrovata la via, attraverso gli alpeggi di Cremosina e Ruscà, fino a sbucare sul balcone naturale della Marona.
Sono le dodici in punto. Sotto di me, la bassa Ossola si stende come un tappeto. È il momento perfetto per una pausa pranzo meritata, con lo sguardo che spazia lontano e il silenzio rotto solo dal vento.
Il ritorno: l'ultima sfida
La discesa è un gioco di attenzione. Tocco Ca’ D’Piret e altri nuclei rurali anonimi. Ancora una volta, il bosco prova a portarmi fuori strada verso Dresio, ma correggo la rotta e riprendo la "retta via". Il tratto finale verso Genestredo richiede occhio vigile: il sentiero è malmesso, sporco, e il traverso presenta punti esposti dove le cordine di sicurezza offrono un appiglio psicologico, ma poco possono contro chi soffre di vertigini.
Un ultimo passaggio alla Rocca di Vogogna per una foto rubata da dietro le recinzioni di sicurezza, e l'anello si chiude.
Considerazioni finali: È stato un giro appagante, non estremo ma tecnico, che richiede allenamento e, soprattutto, la capacità di "leggere" una traccia che la natura sta lentamente riassorbendo. Un viaggio che mi ha ridato un pezzo della mia giovinezza, tra le rughe di una montagna che ha ancora molto da raccontare.




