Oltre i sentieri battuti e le vette ostili, esiste un luogo avvolto nel silenzio e nel mistero; raggiungerlo è fatocoso, ma trovarsi al suo cospetto è come varcare le soglie dell'Eden. Difeso dalla natura. Un paradiso proibito che solo i più tenaci possono chiamare casa.
Il 24 maggio era il giorno destinato alla rivincita. L'anno scorso, la visita alla Gola dell'Arca, uno dei luoghi più iconici, temuti e selvaggi del Parco Nazionale della Val Grande, era stata frettolosa e penalizzata dal maltempo. L'Arca non è solo un punto di passaggio, ma un impressionante intaglio a 'V' scavato nella roccia scura dal Rio Valgrande, le cui pareti si innalzano a picco per circa 80 metri. E il cuore pulsante della wilderness, un luogo che merita di essere onorato con immagini all'altezza della sua leggenda. Quest'anno, avevo un'arma in più per questa missione: il drone, con cui intendevo penetrare nel cuore della gola e documentarne la drammaticità.
La nostra spedizione di due giorni è iniziata dal versante est, partendo da Ompio. Il percorso ci ha portato attraverso la storica Corte Buè, per poi scendere con un lungo tratto impegnativo verso il fondovalle, fino a raggiungere il Bivacco di Orfalecchio. Una volta arrivati, abbiamo lasciato nel bivacco tutto il superfluo necessario per l'alloggio, alleggerendo gli zaini per affrontare il tratto più cruciale della giornata: l'andata e ritorno alla Gola dell'Arca.
Raggiungere la gola da Orfalecchio, nonostante la vicinanza sulla mappa, è sempre una bella faticata. Il sentiero, scavato tra la roccia e la vegetazione lussureggiante, richiede attenzione costante. Dopo un paio d'ore di cammino, superando passaggi esposti e aggrappandosi ai cavi della ferrata Selvaggio Verde, finalmente ci siamo. Sono entrato subito nella Grotta dell'Arca, il suggestivo riparo naturale che in passato fungeva da bivacco per chi compiva l'attraversata. Nonostante l'umidità persistente, il luogo emana un fascino primordiale. Ho piazzato il cavalletto e la fotocamera proprio nel fondo della caverna per una lunga ripresa fotografica. Mentre la fotocamera era impegnata in una sequenza che sarebbe durata circa un'ora, sono uscito per la missione principale: il volo del drone. Le valli incassate sono notoriamente ostili ai segnali GPS, qui la copertura satellitare sufficiente era assente. Tuttavia, sapevo di poter operare a bassa quota. Fino a trenta metri si alza lo stesso il il drone in assenza di segnale satellitare, una quota più che sufficiente per le mie riprese che miravano a entrare e uscire dalla gola, mostrando la verticalità delle sue pareti. Le riprese video in volo sono state intense e soddisfacenti.
Una volta terminato il volo, sono tornato velocemente nella grotta per recuperare l'attrezzatura e ho raggiunto Andrea, che nel frattempo si era sistemato sulla riva del torrente. Ho fatto un rapido e scrupoloso controllo dei video del drone per assicurarmi che il materiale fosse salvo. Missione compiuta. Eravamo pronti a tornare a Orfalecchio per la notte.
La serata al bivacco è stata un inatteso raduno di appassionati della wilderness. Il bivacco, intitolato a Nando Danini, era affollato: una coppia tedesca, Daniele Danini (il figlio di Nando) e Valerio Dilavello con suo figlio. Tra storie e risate, la serata è volata via veloce, culminando in un senso di comunità raro in questi luoghi isolati.
L'indomani, il rientro. Fortunatamente, le condizioni del sentiero erano nettamente migliorate rispetto all'anno scorso, quando tutte le rocce erano viscide e pericolose. Abbiamo optato per un'uscita alternativa, evitando la faticosa risalita verso Corte Buè attraverso la Val Foiera e la Val Camiasca. Abbiamo scelto di percorrere il tratto fino al Ponte di Velina e poi Basseno. Questo tratto, che fa parte del celebre percorso Selvaggio Verde (da In La Piana - Ponte di Velina), è attrezzato con cavi e scalini e si è rivelato di una bellezza inattesa. Arrivato sul Ponte di Velina, la tentazione di alzare il drone era forte, ma ho resistito saggiamente. Primo, per l'assenza di autorizzazioni specifiche dall'Ente Parco in quel punto; secondo, e più importante, se avessi avuto un incidente, avrei perso il drone e, con esso, tutte le preziose riprese realizzate nella Gola dell'Arca. Non me lo sarei mai perdonato.
Da lì, è iniziata la salita finale, lunga e faticosa, fino a Basseno e infine a Ompio. Il dislivello accumulato in due giorni si è fatto sentire, rendendo la risalita una vera prova di resistenza. Arrivare all'Arca, si sa, non è mai uno scherzo, ma l'aver onorato quel luogo con le riprese che meritava, ha ripagato ogni singola goccia di sudore.




