Il Pizzo Faiè, la meta designata, aveva ricevuto una copiosa nevicata, e i bollettini parlavano di circa un metro di neve fresca. Il giorno della salita, inoltre, si preannunciava leggermente velato, aumentando il rischio di una "zingarata" a vuoto, di arrivare in cima solo per trovare un muro grigio.
Ma il potenziale per un time-lapse drammatico era troppo grande. Così, con l'unica certezza della mia preparazione, partii da casa alle tre e mezza del mattino. Dovevo essere in vetta almeno mezz'ora prima dell'alba, per avere il tempo di piazzare l'attrezzatura, inclusa la gestione di eventuali imprevisti.
Arrivato a Ompio calzai subito i miei stivali da neve e, in breve, anche le ciaspole, il silenzio della notte alpina era rotto solo dal rumore sordo del mio respiro. Zaino in spalla, con il pesante carrello pieno di attrezzatura che mi sbilanciava leggermente. Mi attendeva una vera e propria "ravanata" il termine giusto per indicare una faticosa progressione nella neve profonda.
La salita fu una lotta contro la gravità e contro la materia. Era ancora notte fonda, ma il fascio concentrato della mia lampada frontale mi guidava. La neve fresca non offriva un appoggio solido; si sprofondava. Raggiunto il tratto più ripido, la progressione si fece estenuante: era letteralmente un passo avanti e due indietro, un esercizio di volontà e resistenza. Dopo un'ora e mezza di pura fatica fisica, e con i muscoli delle gambe che gridavano vendetta, finalmente raggiunsi la vetta del Pizzo Faiè.
Non c'era tempo per riposare. Mi ripresi per un minuto, e subito
dopo piazzai tutta l'attrezzatura. Il carrello, i treppiedi, la fotocamera: tutto doveva essere perfettamente stabile per la sequenza che avevo programmato per durare due ore. Il cielo, come temuto, era velato, ma uno strato sottile di nuvole lasciava filtrare la luce della luna e, soprattutto, prometteva di diffondere la luce dell'alba senza bloccarla del tutto: era un buon segno.
Il panorama da lassù, circondato dalla neve e dal silenzio, era impagabile, indipendentemente dalle condizioni meteo. Faceva un freddo pungente, ma ero equipaggiato e non lo soffrivo minimamente.
Mentre il carrello motorizzato iniziava la sua lentissima, impercettibile traversata, il mio sguardo si perse sulle prime, timide luci. Era ancora buio, ma l'aria si stava colorando di un blu profondo e viola. Con il passare del tempo, le velature si fecero più consistenti, filtrando l'oro del sole nascente. La sequenza era fatta, e il risultato sarebbe stato un filmato magnifico.
Iniziai la discesa, concentrato ma leggero per il successo. Decisi di fare una deviazione strategica all'Alpe Caseracce, un luogo incantevole situato circa a metà della salita per il Faiè, e conosciuto come un vero e proprio balcone sulla Val Grande.
Mentre stavo quasi arrivando all'Alpe, un fenomeno visivo spettacolare mi fece bloccare di colpo. Guardando alle mie spalle, verso il sole che si alzava nel cielo ormai aperto, notai la formazione di un alone di 22 gradi. Questo particolare fenomeno ottico, un cerchio luminoso perfetto che si forma attorno al Sole (o alla Luna), si manifesta quando la luce viene rifratta da milioni di cristalli di ghiaccio esagonali sospesi nell'alta atmosfera.
Era un regalo inatteso, un bonus fotografico di rara bellezza. Iniziai immediatamente una seconda, improvvisata sessione di riprese. Al termine, il sole era ormai alto e l'alone brillava sopra la Val Grande.
Due sequenze eccezionali in un solo giorno, una pianificata e una regalata dalla magia dell'atmosfera invernale. Potevo tornare all'auto: ero più che soddisfatto.

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