L'aria gelida dell'alba autunnale a Cicogna mi pizzicava le guance, ma l'eccitazione per l'avventura imminente era un fuoco caldo nel petto. Erano le 7:00 del mattino, e sebbene l'oscurità regnasse ancora, sapevo che entro poche ore, un raggio di sole avrebbe svelato uno dei tesori più reconditi della Val Grande: la Cascata di Baldesaut.
Non era una meta segnata sulle mappe turistiche, né tantomeno raggiunta dai classici escursionisti. Era un mito sussurrato, un gioiello d'acqua custodito gelosamente tra i valloni impervi, fuori da ogni sentiero convenzionale. L'avevo vista in qualche breve filmato, una visione fugace di spuma bianca contro la roccia scura, e la sua inaccessibilità mi aveva stregato.
Fu l'amico Carlo Zanetta, a darmi le coordinate essenziali. Non una mappa precisa (la Val Grande si beffa della tecnologia), ma una dritta cruciale: "Devi essere lì per mezzogiorno, quando entra la luce del sole, e vedrai che sorpresina." L'indicazione era chiara: cielo limpido, ore 12:00.
Alle 7:30, io, Massimo e Andrea lasciammo l’auto a Cicogna e in un'ora e mezza di cammino eravamo a Pogallo. Erano le 9:30. Il sole iniziava timidamente a lambire le cime, ma la valle rimaneva in ombra, intrisa dell'odore di muschio e terra bagnata. Avevamo tempo, ma non potevamo indugiare.
Superammo velocemente le poche baite silenziose di Pogallo e iniziammo a salire in direzione di Baldesaut. La traccia si fece subito più esigente, inerpicandosi tra la vegetazione che l'autunno aveva acceso di rossi e gialli. Il cammino era un continuo di guadi. Uno in particolare, per attraversarlo l'ultima volta mi ero arreso e avevo tolto gli scarponi. Oggi, complice la minor portata d’acqua del torrente, fu più agile, saltando tra i massi.
Mi fermai un attimo per ammirare la cascata di Talina: una pozza di un verde cristallino, sovrastata da due massi ciclopici, così precariamente bilanciati da sembrare "appesi", una scultura naturale che sfidava la forza di gravità. Era favolosa, ma la meta era Baldesaut.
La vera salita cominciò dopo Talina. La traccia si restrinse fino a diventare quasi invisibile, segnata solo da occasionali omettti di sassi, i "fari" del navigatore montano. Dopo una faticaccia giungemmo all'Alpe Baldesaut di Sotto. Una dozzina di vecchie baite, silenziose e inesorabilmente crollate, i tetti sfondati, le pareti inghiottite dal bosco: fantasmi di un mondo contadino scomparso.
Ripartimmo in cerca di Baldesaut di Sopra. Un altro guado più impegnativo del precedente ci attese, e poi la salita si fece ripida, quasi verticale. Stavo seguendo la traccia GPS approssimativa che Carlo mi aveva dato.
Fu allora che il sentiero, improvvisamente, svoltò con decisione a destra, disegnando un lungo arco per aggirare un'enorme bastionata rocciosa. Mi fermai di colpo. La logica della montagna e quella del GPS erano in disaccordo. Continuare significava allontanarsi dal fragore che, pensavo, provenisse dalla cascata.
"Ragazzi, io rinuncio a seguire questa traccia," dissi, la delusione che mi mordeva la gola. "Questo sentiero va verso Baldesaut di Sopra, ma la cascata è più in basso. Scendo, faccio due riprese nel bosco e basta." Massimo e Andrea, decisero di proseguire. "Noi saliamo, ci vediamo dopo!" E così ci separammo.
Sconfortato, iniziai a ridiscendere verso Baldesaut di Sotto quando i miei occhi caddero su una debole, quasi invisibile, deviazione di sentiero che si staccava a monte da quello principale. Non l'avevo notata all’andata. Mi avvicinai muri a secco sostenevano quella che, decenni prima, era un vero e proprio sentiero. Non avevo nulla da perdere. Mi mossi con cautela su quel sentiero fantasma, abbandonato da chissà quanto, dove ogni passo era un'incognita. La pendenza era infernale, salivo in un silenzio rotto solo dal mio respiro affannoso, chiedendomi ad ogni passo se stessi commettendo una follia. Ma man mano che l'altezza aumentava, confrontando mentalmente la mia direzione con la traccia approssimativa di Carlo, capii: ero sulla via giusta. Dopo quella che sembrò un'eternità di tentennamenti, di "salgo o non salgo", il bosco si aprì. E Lei mi apparve.
Non era solo acqua; era fragore, era maestosità. La Cascata di Baldesaut precipitava da una forra nascosta, un getto potente avvolto in una spuma che profumava di fresco. Ero arrivato.
Erano le 11:40. La cascata era ancora immersa in una profonda ombra , ma guardai dietro di me: in alto a sinistra, l'orologio solare della montagna segnava l'arrivo imminente della luce.
Incapace di avvisare i miei compagni nell'assenza di segnale telefonico, mi dedicai alla preparazione. Poggiai con cura i cavalletti, il carrello motorizzato per le riprese in timelapse, la fotocamera. Inizialmente pensai ai miei soliti 30 minuti di ripresa, ma volevo riprendere tutto l’arrivo del sole sulle cascata. Volevo l'intero spettacolo.
Impostai il timelapse su una durata di due ore, un tempo sufficiente a catturare ogni singolo istante della trasformazione luminosa.
Iniziai la sequenza e mi riposai sedendomi sulle rocce al sole. Il fragore costante della cascata divenne una melodia meditativa. I minuti si trasformarono in eternità.
Verso mezzogiorno, un raggio d'oro si infiltrò nella forra. Non era una luce diffusa, ma un fascio puro e potente. Il sole, esattamente come aveva predetto Carlo, entrò nell'unico varco disponibile. Nella cascata di formò una spettacolare arcobaleno fluttuante. La roccia bagnata prese vita, riflettendo colori mai visti. Catturai l'apice dello splendore e, dopo circa un'ora e mezza di ripresa, decisi che era sufficiente. 600 scatti, un tesoro visivo. La mia missione fotografica era compiuta.
La discesa fu infinitamente più semplice. Avevo segnato i punti più ostici con nuovi ometti durante la salita, i miei piccoli fari nella discesa solitaria.
Poco prima di raggiungere Baldesaut di Sotto, incrociai Massimo e Andrea che scendevano a loro volta.“L’ho presa," sorrisi, la stanchezza sostituita da una profonda beatitudine. "Per me, la gita è finita qui, fotograficamente."
Tornammo a Cicogna, scendendo veloci verso la realtà. L'immancabile gelato finale concluse l’avventura, il suggello di una giornata perfetta, un ricordo tangibile di quel gioco di luci che avevo visto danzare sull'acqua segreta di Baldesaut.

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