Era l'ultima spedizione, un pellegrinaggio cameristico nella selvaggia Val Grande, l'area wilderness più grande d'Italia. Non una gita, ma una ricerca, o per essere più sinceri, una testarda speranza di estorcere alla stagione morente gli ultimi, drammatici fotogrammi da inserire nel video finale dell'anno. La Val Grande, di solito un'esplosione vibrante di faggi e larici in autunno, ora appariva come una tela che il pittore aveva quasi abbandonato.
Il sentiero, umido e scivoloso sotto gli scarponi, era un tappeto di foglie morte – principalmente un marrone opaco, un ruggine stanco che aveva perso la sua lucentezza. Eppure, in mezzo a questa malinconia cromatica, la speranza si aggrappava ai pochi superstiti. L'occhio abituato a cacciare la luce, si concentrava sui larici d'alta quota che, con la loro natura caducifoglia, avevano resistito più a lungo.
A tratti, un bagliore inatteso! Un gruppo di larici, forse più riparati o baciati da un microclima favorevole, manteneva un giallo intenso, quasi un oro liquido, che contrastava in modo spettacolare con il grigio scuro della baita e l'azzurro pallido e quasi metallico del cielo di fine stagione. Erano come fiaccole accese in un bosco che si preparava al sonno invernale.
C'era la consapevolezza che i giorni di grandezza del foliage erano finiti. I colori ormai cominciavano ad essere deboli, sfibrati, prima di sparire del tutto sotto il primo manto nevoso. Ma in Val Grande, l'area wilderness per eccellenza, anche la dissolvenza ha il suo fascino: è la solitudine del paesaggio che si spoglia, la promessa di rinascita nascosta sotto la rigidità dell'inverno.
«Ancora un’inquadratura, solo una, quella giusta, che riesca a trasmettere la malinconia e la tenacia di questa stagione, che racchiuda il senso di questa fatica,» sussurrava la voce interiore. Il vento gelido portava con sé l'odore della terra umida e il suono secco delle foglie calpestate.
Questa uscita non era solo per un video; era un omaggio all'addio della natura, un tentativo di fermare con l'ottica un respiro prima del grande silenzio.
Dal mio ultimo libro: Il mio mal di Valgrande

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