È da un pezzo che non aggiorno il blog delle mie escursioni e me ne scuso. Ma eccomi di nuovo qui, pronto a raccontarvi una delle ultime uscite in montagna. Ripartiamo proprio da qui: il lago e il Corno Brunni, in Alta Val Formazza.

Per la seconda volta quest’anno torno in questi luoghi con un obiettivo ben preciso: realizzare alcune riprese da inserire nel montaggio finale del mio filmato dedicato ai grandi laghi formazzini. Si tratta di particolari entrate visive sul piccolo lago alpino di origine glaciale, immagini pensate per accompagnare lo spettatore dentro il paesaggio. Solo in fase di montaggio capirò se saranno davvero efficaci. Se il risultato mi soddisferà, ripeterò lo stesso tipo di ripresa anche per alcuni dei laghi che ho già visitato.

La sveglia, come sempre, non ammette deroghe.

Alle 7.30 in punto lascio l’auto al parcheggio di Riale e comincio a camminare. L’aria è pungente e la temperatura ormai sfiora lo zero. Per fortuna guanti e cuffia non mancano mai nello zaino: in montagna, soprattutto a queste quote e in questa stagione, è meglio non farsi trovare impreparati.

Davanti a me c’è la solita strada a tornanti, che il sentiero taglia più volte. Un tratto che non ha certo il fascino dei paesaggi che mi aspettano più in alto, anzi, a tratti è decisamente monotono. Ma tant’è: per raggiungere certi luoghi bisogna anche accettare qualche chilometro di salita poco entusiasmante.

Durante il percorso vengo superato da due donne che procedono con un passo decisamente più veloce del mio. Erano anni che non mi capitava! Sorrido tra me e me e continuo senza cambiare ritmo. Ormai ho trovato il mio passo, quello che mi permette di affrontare dislivelli importanti portando con me tutta l’attrezzatura necessaria per realizzare i miei timelapse. Non è una gara, e arrivare in cima con ancora le energie necessarie per lavorare è fondamentale.

Superato il rifugio Maria Luisa, abbandono la strada che prosegue verso il passo di San Giacomo e mi inoltro lungo il sentiero che, dopo un tratto nella Val Rossa, piega verso destra. Da qui la salita continua con lunghi traversi, in un ambiente sempre più aperto e selvaggio.

Poco più di tre ore di cammino e finalmente raggiungo il laghetto del Brunni.

La giornata è sferzata da un vento deciso e gelido, ma il paesaggio ripaga ampiamente della fatica. Non perdo tempo: preparo l’attrezzatura e comincio a realizzare le prime riprese, cercando le inquadrature che ho in mente da tempo. Ogni movimento della macchina deve avere un senso, ogni immagine deve contribuire a raccontare il luogo. Non si tratta soltanto di documentare un paesaggio, ma di trovare il modo giusto per accompagnare chi guarderà il filmato dentro la scena.

Terminate le riprese sul lago, riparto in direzione del Corno Brunni. In realtà, più che raggiungere la vetta vera e propria, il percorso conduce a una sella erbosa dalla quale si può proseguire lungo la cresta.

Durante la salita incontro un branco di stambecchi che riposa al riparo dal vento. Sono tranquilli, quasi indifferenti al mio passaggio, e mi concedono di proseguire senza scomporsi. Uno di quegli incontri che rendono la montagna ancora più speciale: presenze discrete, perfettamente integrate in un ambiente che appartiene prima di tutto a loro.

Continuo a salire. L’ultimo tratto è ripido, ma fortunatamente breve. Una volta raggiunta la sella, percorro la cresta fino ad arrivare alla base del Corno Brunni. Qui il passaggio non consente di proseguire oltre in sicurezza e mi fermo.

È proprio questo il punto che cercavo.

Preparo nuovamente l’attrezzatura e avvio un timelapse con il laghetto del Brunni in primo piano e il lago di Morasco sullo sfondo. Una composizione che mette in relazione due ambienti diversi, un piccolo specchio d’acqua raccolto tra le montagne e il grande bacino che conosco ormai bene, ma che riesce sempre a regalare nuove prospettive.

Il vento continua a soffiare con forza, ma l’aria è limpidissima. Lo sguardo si perde lontano, fino alle grandi vette dell’Oberland svizzero. Sono giornate in cui la montagna sembra voler mostrare tutto quello che ha da offrire, senza veli, senza foschia, con una nitidezza che restituisce profondità a ogni profilo.

Terminato il lavoro, è ora di tornare sui miei passi.

Comincio lentamente la discesa, fermandomi di tanto in tanto per realizzare qualche fotografia. L’autunno sta iniziando a lasciare il suo segno anche in quota: i colori si scaldano, le praterie cambiano tonalità e la luce assume quella qualità particolare che rende questa stagione una delle più affascinanti per chi ama fotografare la montagna.

Ogni sosta è una nuova occasione per osservare ciò che durante la salita, magari concentrato sulla meta e sull’attrezzatura, mi era sfuggito.

Dopo circa due ore e mezza eccomi di nuovo all’auto.

La giornata è stata semplicemente spaziale: aria tersa, panorami immensi, colori caldi e quella sensazione di soddisfazione che arriva quando fatica e ricerca fotografica si incontrano nel modo giusto.

E soprattutto, la tipologia di ripresa che cercavo da tempo è finalmente riuscita. Sarà il montaggio a dirmi se queste immagini troveranno il loro posto nel racconto finale, ma oggi torno a casa con la consapevolezza di aver portato a termine un altro tassello importante del mio progetto.

Perché il mio modo di vivere la montagna è anche questo: tornare negli stessi luoghi, osservare con occhi diversi, cercare un’inquadratura che ancora manca e provare a trasformare una semplice escursione in qualcosa che possa continuare a vivere attraverso le immagini.

La montagna non finisce quando si torna a valle. A volte, è proprio lì che comincia il lavoro per raccontarla.

 

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