L’11 ottobre non è stata una data come le altre. È stata la risposta a un richiamo, quello dei primi fiocchi che hanno imbiancato le vette, regalandomi finalmente l’occasione che aspettavo da maggio: inserire la magia della neve nel mio progetto documentaristico.
La partenza dal parcheggio è un battesimo di fuoco, o meglio, di ghiaccio. Un vento gelido sferza la valle, rendendo l'aria tagliente come lama. È il momento perfetto per testare il nuovo passamontagna: una volta indossato, il mondo si riduce a una fessura per gli occhi, l’unico spiraglio tra me e l’inverno anticipato. Se il sentiero verso il borgo di Crampiolo mi concede un po’ di tregua, riparato dalla vegetazione, l’arrivo alla diga è un impatto brutale con gli elementi. Qui il vento soffia senza ostacoli; coprirsi non è più una scelta, ma una strategia di sopravvivenza per non piegarsi al dolore del freddo.
L'attesa immobile
Dopo un’ora e mezza di cammino raggiungo la mia postazione, quasi in fondo al Lago di Codelago. È un luogo che trasuda storia e fatica, dove un tempo sorgeva un alpeggio e dove oggi i pescatori cercano il silenzio. La vista è un privilegio: davanti a me la Val Deserta, in fondo la Val Buscagna, e lo specchio d’acqua come protagonista assoluto.
Imposto la sequenza per due ore. Due ore di pura sofferenza. Mentre l'attrezzatura lavora, io combatto contro l'assideramento camminando avanti e indietro freneticamente, misurando lo spazio per far scorrere il tempo e scaldare il sangue. Il sole è lì, promettente ma lontano; so che non mi scalderà prima di mezzogiorno. Quando finalmente ripongo tutto nello zaino, porto con me le due ore più lunghe della mia vita, ma anche la soddisfazione di aver catturato quella luce immobile.
Il prezzo della bellezza
Riprendo il cammino lungo la strada dei pastori, quella via intrisa di fatiche antiche che porta all’alpeggio di Forno, la culla del formaggio Bettelmatt. Ma la salita si fa dura: inizio a sprofondare in 20 centimetri di neve. Non è tantissima, ma è sufficiente a trasformare ogni passo in una sfida fisica.
Mi fermo su una balconata naturale. Sotto di me, il lago brilla incastonato tra le montagne, mentre all’orizzonte i gruppi del Cistella e del Diei svettano imponenti. Scatto un’altra sequenza. Ormai il mio ritmo è un martellante stop-and-go. Verso il Canaleccio, la neve cambia consistenza: il sole di ottobre la rende pesante, bagnata, traditrice. Il piede affonda fino a 25 centimetri. La fatica morde le gambe, ma i laghetti alpini che incontro mi offrono la scusa perfetta per fermarmi, riprendere fiato e avviare nuove riprese.
"Proseguire è diventato un suicidio per la fatica."
Raggiunto il secondo laghetto dopo uno sforzo immane e altri 45 minuti di sosta forzata, capisco che non posso continuare così. Decido per un "taglio" d'emergenza: punto alla cresta che divide il Canaleccio da Pianboglio. Individuo un passaggio e mi butto in discesa. Anche scendere è un lavoro d’attrito: qui la neve tocca i 30 centimetri e ogni passo richiede concentrazione.
Incontri sospesi e ultimi respiri
Presso la diga di Pianboglio, la montagna mi regala un ultimo mistero: una ragazza che vive lì, in un piccolo casupolo. Una permanenza temporanea, un’esistenza sospesa sulla piccola diga di cui non conoscerò mai il motivo, credo e immagino per scopi naturalistici ma che aggiunge un tocco di poesia a questa giornata cruda.
Il rientro verso Codelago, lungo la sponda destra tra le pietraie, è lento. Il corpo è stanco, la mente pensa di aver dato tutto. Eppure, a metà del lago, il richiamo estetico è troppo forte. Esco dal sentiero, raggiungo la riva e imposto l'ultima sequenza.
Oggi la montagna ha chiesto un dazio altissimo in termini di energia e resistenza. Le immagini che porto a casa sono spettacolari, ma il loro prezzo è scritto nei muscoli e nel freddo che mi è rimasto addosso. Ma, guardando quei fotogrammi, so che ne è valsa la pena.




