Il cielo sopra il Devero: Tra il caos del "libera tutti" e la solitudine del Combi e Lanza
Fine agosto. L’Alpe Devero, solitamente scrigno di pace, quest’anno somiglia più a un centro commerciale in pieno saldo. È il primo vero "libera tutti" post-lockdown e l’invasione è totale. Ma non è solo una questione di numeri; è l’atteggiamento a ferire. La montagna, violentata da rifiuti lasciati senza cognizione di causa, sembra soffocare sotto una marea umana che cerca svago senza portare rispetto.
La prima salita: L'illusione del silenzio
L'obiettivo della mia due giorni è il Bivacco Combi e Lanza (2.420 m), proprietà del CAI di Omegna. Lo scopo? Catturare il respiro del cosmo attraverso un timelapse della Via Lattea.
Parto all’alba, un rito necessario per battere sul tempo l’esercito delle auto. La risalita della Val Buscagna è, come sempre, una carezza per l’anima: le soste al Lago Nero e lungo i meandri dell'omonimo rio servono a riempire gli occhi prima della fatica. A metà valle, il sentiero cambia volto. Un canalino scosceso, che dal basso sembra quasi inaccessibile, si impenna deciso. Il fardello dello zaino — tra attrezzatura fotografica e viveri — pesa come un macigno. Salgo lentamente, un passo alla volta, finché la sagoma rossa del bivacco non appare come un miraggio.
Il pomeriggio trascorre verso il Passo della Cornera. Attraverso con passo svelto quel tratto sotto l’altissima parete, lì dove anni fa la montagna reclamò una vita. Superato il confine svizzero, mi immergo in una solitaria pietraia per una prima sequenza fotografica. Ma la quiete ha le ore contate.
Il "delirio" in quota
Al rientro, l'amara sorpresa. Una comitiva di ragazzi ha trasformato il bivacco in una discoteca d’alta quota. Casse musicali enormi, musica a palla a 2.400 metri e un’ignoranza crassa che calpesta letteralmente la bellezza: hanno piazzato le tende nel laghetto effimero, distruggendo il delicato tappeto di eriofori. La delusione è pari alla rabbia. Come se non bastasse, il cielo si schiera con la sfortuna: velature pesanti coprono la volta celeste. Niente Via Lattea.
All'alba, mentre i "maranza di montagna" ancora dormono, scappo via. Mi fermo nel canalino per godermi un’alba limpida e beffarda, scendendo poi verso l’auto in una processione di gente che rende la strada un ingorgo urbano. Una gita dal sapore amaro. Un "nì" che richiede una rivincita.
Il ritorno: La solitudine premiata
Tre giorni dopo, sono di nuovo lì. Questa volta sono solo. La solitudine in montagna è una compagna esigente, ma necessaria per chi cerca lo scatto perfetto. Ho studiato la luna: calerà intorno alle 22:00, lasciando il palcoscenico al buio assoluto.
Arrivo al bivacco nel tardo pomeriggio. Alle 21:00 sono già operativo. Il primo regalo della serata è la luna che tramonta infilandosi esattamente nella finestra di Boccareccio: un passaggio magico. Poi, il buio. La mia testardaggine viene finalmente premiata: il cielo è un cristallo nero trapunto di diamanti. La Via Lattea splende sopra le cime della Cornera.
Il freddo di quella notte è un ricordo vivido. Tre coperte non bastavano a fermare i tremiti, mentre il tempo sembrava essersi cristallizzato insieme al gelo. Ma ne è valsa la pena.
L'ultimo scatto
All'alba, prima di rientrare, dedico un'ultima sequenza al tappeto di eriofori che, stavolta intatti, brillano sotto una leggera foschia. È l'immagine della gratificazione. Torno a casa stanco, ma con la consapevolezza di aver strappato alla montagna ciò che ero venuto a cercare.
Ora si guarda a settembre. Un mese anomalo per noi paesaggisti: troppo tardi per l'estate, troppo presto per l'autunno. Ma la caccia alla luce non si ferma mai.




