Il battesimo del tempo: Alba al Lago Nero
16 giugno 2020
Ci sono decisioni che prendono forma nell'oscurità, molto prima che il sole ne riveli i contorni. Due settimane prima avevo stabilito la mia sfida: catturare l’anima dell’Alpe Devero attraverso un timelapse. Non sapevo ancora bene a cosa andassi incontro; la tecnica di montaggio era un cantiere aperto e il carrello motorizzato, un colosso che pesava un’infinità, era ancora un compagno di viaggio poco familiare. Ma la meta era fissata: l’alba sul Lago Nero, in Val Buscagna. Tanto bastava a giustificare tutto.
L'ascesa nel silenzio
La sveglia suona alle tre del mattino, un rintocco brutale nel cuore della notte. È il prezzo necessario per anticipare la luce, per essere lì, pronti e appostati, almeno trenta minuti prima che il sole incendi le vette. Arrivo al parcheggio del Devero in un’atmosfera sospesa: è il periodo post-Covid e il vuoto che mi accoglie è quasi irreale, un silenzio che amplifica i pensieri.
Supero Pedemonte e inizio la salita vera. Il sentiero sale costante, una pendenza media che accompagna il fiato fino allo sbocco sul pianoro della valle. Lì, d’improvviso, il cuore si spalanca: la Val Buscagna si rivela con una maestosità che ricorda le grandi vallate canadesi. Attraverso il pontino in legno sul torrente e seguo il sentiero finché, tra le pieghe della roccia e dell’erba, appare lui: il Lago Nero. È giugno, e il disgelo lo ha reso colmo, vibrante, una gemma scura incastonata nel risveglio della natura.
La danza della tecnologia e dell'attesa
Il cielo è un presagio di bellezza. Nuvole veloci corrono sulla testata della Val Cornera, promettendo quel dinamismo che è la linfa vitale di ogni timelapse. L’ambiente è di rara bellezza, il lago  incorniciato dai larici con i nuovi aghi è un quadro dove dominano i colori di tinta verde. Con movimenti ancora un po’ impacciati, inizio il rito:
1 Posizionamento: piazzo i cavalletti e fisso il binario del carrello.
2 Setup: collego le batterie e modulo la slitta.
3 Azione: uno scatto ogni sette secondi, per due ore, mentre la fotocamera scivola lenta da destra a sinistra.
Quando l'ingranaggio parte, nel silenzio della montagna, scatta una domanda che mi avrebbe accompagnato per gli anni a venire: “E adesso, che faccio mentre aspetto?”. È il paradosso del fotografo di timelapse: l'azione frenetica della preparazione che sfocia nell'immobilità dell'attesa. Con una piccola fotocamera tra le mani, inizio a girovagare lungo le sponde, quasi a voler rubare al lago altri segreti mentre la macchina principale compie il suo lavoro metodico.
Il ritorno e la memoria
Dopo due ore esatte, il ciclo termina. Smonto tutto, carico il peso sulle spalle e riprendo la via della valle. Quel primo esperimento si sarebbe rivelato un successo: quegli scatti nati nel buio di un martedì di giugno avrebbero trovato il loro posto nel filmato finale, testimoni di un debutto riuscito.
Quella è stata la "prima volta", l'inizio di una lunga serie di ascese. Da allora ho percorso quei sentieri decine di volte, su e giù per il Devero. Perché, nonostante tutto — e chi ama questi luoghi sa bene cosa si nasconde dietro quel "tutto" — questa terra resta cucita nel cuore.

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